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Wine Research Team
Rassegna stampa

Testata: Corriere della Sera Cucina/DiVINI
Data: 13 aprile 2017
Pagina: DiVINI

DiVini

LUCIANO FERRARO

Vinitaly, l’anno del risveglio italiano

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Massimo D’Alema scruta il suo Pinot nero 2013 dall’Umbria e si avvicina al microfono. Va in scena l’ultimo grande evento del Vinitaly edizione 51, affollato da 128 mila visitatori, con altrettanti calici alzati in quattro giorni.

Il vino di D’Alema (azienda Le Madeleine) è uno dei 12 in rassegna del Wine Research Team, la fucina di innovazione del super enologo
Riccardo Cotarella. Un Pinot nero morbido e senza spigoli. Ai quali D’Alema non rinuncia. “I giornalisti mi chiedono, banalmente, se sia
più difficile fare politica o vino. E’ ugualmente difficile e appassionante. Fare cattiva politica e cattivo vino è un danno al Paese. Noi cerchiamo
di non far danni”.

Visto dal corpaccione viola del Vinitaly, 4.270 espositori da 30 Paesi, la fiera più grande al mondo (con maggior ordine rispetto al passato), i danni all’Italia da bere sono invisibili. Il team di Cotarella è lo specchio di una fetta dell’economia che investe, fa ricerca e piace. Non solo all’estero, che con 5,6 miliardi di euro di bottiglie vendute è stata la scialuppa di salvataggio per i vignaioli italiani nell’era della crisi. “Il mercato italiano non è più fermo. Quest’anno ha sancito l’uscita dal letargo degli acquisti interni”, proclama Giovanni Mantovani, direttore di Veronafiere. E’ vero che l’Italia beve sempre meno (33 litri l’anno pro capite contro i quasi 48 di dieci anni fa), ma inizia a spendere un po’ di più.

“Arrivano nuovi ordini da ristoranti e enoteche italiane – conferma Patrizio Cencioni, presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino – ci sono buoni segnali”. Luca D’Attoma, enologo e produttore in Toscana (Duemani), fa un bilancio: “E’ stato un Vinitaly in cui si è tornati a firmare contratti. Sono decollati la Sicilia dell’Etna e l’Abruzzo”. Giuseppe Liberatore, direttore del Consorzio del Chianti Classico, è ottimista: “Negli ultimi due anni le vendite in Italia sono salite dal 18% al 22%. Forse si vede la fine del tunnel della crisi.
“L’Italia riprende, ma c’è bisogno di prezzi competitivi soprattutto per la grande distribuzione – precisa Olga Bussinello, direttrice del Consorzio della Valpolicella. “Per l’Amarone è stato un anno interessante, perché, alla faccia della Brexit, sono arrivati molti operatori esteri”. Mantovani li ha contati: 30.200. Frena gli entusiasmi Francesco Zonin, vice presidente del gruppo con 2.000 ettari in 10 tenute: “Cresciamo in Stati Uniti e Canada, ma esploriamo nuovi mercati. Abbiamo inviato un resident manager in Nigeria”.

Nella degustazione di ieri, il professor Attilio Scienza, l’Indiana Jones delle viti che crea piante resistenti alle malattie e alla siccità, traccia il percorso dei prossimi anni: “Il futuro è il tradimento della tradizione, abbandonare riti e arcaismi a affidare alla ricerca per affrontare con rapidità i cambiamenti climatici”. Attorno a lui, un gruppo di produttori che rappresenta un campione dell’Italia da bere: produttori storici come De Castris, che “inventò” il rosato nel Dopoguerra pugliese; gli appassionati diventati imprenditori, come il giornalista Bruno Vespa con il suo Raccontami pugliese o l’albergatore Giuseppe Pagano (San Salvatore, nel Cilento) che ha dedicato il vino dedicato a Gillo Dorfles (ovazione in sala per i 107 anni compiuti ieri dal critico d’arte); cultori della storia enologica, come Salvatore Avallone (Villa Matilde) che in Campania vinifica il Falerno che beveva Giulio Cesare.
Buoni affari e voglia di nuove scommesse, questo è stato il Vinitaly 2017. Come dice Cotarella, che ha studiato dai gesuiti, “se tutti i salmi finiscono in gloria, la degustazione con D’Alema e gli altri 11 è stato il gloria per il Vinitaly”.

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